L’Antico borgo di San Ginesio e la sua vocazione turistico -culturale

Il Santo musico, mimo e attore convertito sulla scena

Il santo è Lucio Genesio, musico e mimo, un attore che era solito prendersi gioco delle tradizioni cristiane. In uno di questi spettacoli, al cospetto dell’imperatore Diocleziano, si rifiutò di dileggiare il sacramento del battesimo, rito sacro per i cristiani che nel 303 d.C., solo un decennio prima della riforma religiosa di Costantino, praticavano in clandestinità la loro fede. Il rifiuto fu punito con il martirio, che la Chiesa santificò.

Era un musico e mimo molto importante se aveva il privilegio di recitare davanti all’Imperatore ed era certamente paragonabile a quei giullari di corte medievali che, al pari dei chierici vaganti, giravano di città in città portandosi dietro cultura e conoscenze musicali.

Ricchissime testimonianze iconografiche rappresentano il Santo con uno strumento a corda e mai in abiti miserabili, ma piuttosto nelle vesti dignitose di un menestrello di corte.

Veniva definito “thymelicae artis magister”, un attore che suonava e cantava sulla scena. Burlesco e beffardo, era noto in tutta Roma per gli sberleffi che rivolgeva ai cristiani e alle loro cerimonie, riti ormai sempre più diffusi nella capitale dell’Impero.

Al momento della parodia del rito battesimale, l’istrione con fare sacrilego e con indosso la veste bianca della cerimonia, iniziò a proferire parola, ma la platea s’ammutolì. L’attore recitò il Credo, commosso e altero e quelle parole che dovevano essere beffa, si fecero verità. Il maestro della farsa rivelò la verità della Grazia di Dio, che si manifestò, irresistibile, proprio su quel palco.

Così la conversione di Lucio Ginesio venne interpretata come una provocazione imperdonabile. Il mimo iniziò ad essere fustigato, torturato e appeso all’eculeo. A causa della sua ostinatezza a non rinunciare alla sua nuova fede fu messo a morte per decapitazione nell’anno 303 come la maggior parte dei primi martiri cristiani.

Lucio Ginesio pagò la sua fede con la morte.

Fu poi Carlo Magno nel 773 ad apporre al castello il nome di San Ginesio in memoria di un’immagine trovata nella chiesuola sita in mezzo alla collina, oggi occupata dalla Pieve Collegiata.

San Ginesio mimo e martire è stato anche scelto come patrono dei musicisti, degli attori e in genere della gente per la quale il teatro costituisce il quotidiano lavoro.

Riferimenti storici sulla Festa della Santo Patrono il giorno del 25 agosto

 

Negli atti antichi si parla sempre della festa di S. Ginesio romano, sotto la cui custodia il nuovo castello era stato posto.

La festa si celebrava sontuosamente a spese della Municipalità ginesina, come confermato dallo Statuto del 1582, ma il festeggiamento religioso del Santo nella chiesa Collegiata è attestato fin dal XII secolo. Sarà poi grazie alla concessione che il Cardinale Andrea da Perugia, Legato della Marca di Ancona, rilasciò nel 1386 alla Comunità, che alla celebrazione religiosa del 25 agosto si aggiunsero i quattro giorni precedenti e i quattro successivi da dedicare alla fiera, vale a dire allo svago laico della folla che arrivava attirata, appunto, dai festeggiamenti.

È questa la ragione per cui dalla seconda metà del Trecento si trovano ricevute di pagamenti effettuati a musici e giullari ingaggiati dal Magistrato nelle città vicine per intrattenere cittadini e ospiti con spettacoli musicali, mentre i prodi locali si cimentavano in tornei di destrezza.

Il 25 agosto era un giorno solenne per il popolo e per le istituzioni laiche ed ecclesiastiche. Ogni persona di qualunque ceto e condizione, indossava i vestiti migliori; e lo stesso Municipio, dopo la messa solenne, imbandiva un lauto banchetto, in cui sedevano il Capitano della fiera, i Difensori e i Trombettieri forestieri incaricati dai rispettivi Municipi di onorare la festa. Al Capitano della fiera, che veniva eletto dal Consiglio generale 15 giorni prima della festa, di cui aveva il supremo comando spettava la decisione di qualunque vertenza in genere di mercatura, era sempre accompagnato da trenta soldati e doveva sempre stare nel palazzo dei Priori senza mai tornare a casa sua. Poteva fare leggi, promulgare manifesti, dettare ordini.