Il musico, mimo e attore convertito sulla scena

Il santo che dà il nome alla città è Lucio Genesio, musico e mimo, un attore che era solito prendersi gioco delle tradizioni cristiane. Durante uno dei suoi spettacoli al cospetto dell’imperatore Diocleziano, si rifiutò di dileggiare il sacramento del battesimo, rito sacro per i cristiani, che nel 303 d.C., solo un decennio prima della riforma religiosa di Costantino, praticavano in clandestinità la loro fede. Il rifiuto fu punito con il martirio, che la Chiesa santificò.

Era un musico e mimo molto importante, se aveva il privilegio di recitare davanti all’Imperatore, ed era certamente paragonabile a quei giullari di corte medievali che, al pari dei chierici vaganti, giravano di città in città portandosi dietro cultura e conoscenze musicali.

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Bolla S.P. 1386 ottobre 25 - Cardinale Andrea da Perugia, legato pontificio

 

Ricchissime testimonianze iconografiche rappresentano il Santo con uno strumento a corda e mai in abiti miserabili, ma piuttosto nelle vesti dignitose di un menestrello di corte. Veniva definito thymelicae artis magister, un attore che suonava e cantava sulla scena. Burlesco e beffardo, era noto in tutta Roma per gli sberleffi che rivolgeva ai cristiani e alle loro cerimonie ormai sempre più diffuse nella capitale dell’Impero.

Al momento della parodia del rito battesimale, l’istrione, con fare sacrilego e con indosso la veste bianca della cerimonia, iniziò a recitare ma la platea s’ammutolì: l’attore recitò il Credo, commosso e altero. Il maestro della farsa rivelò la verità della Grazia di Dio, che si manifestò, irresistibile, proprio su quel palco.

La conversione di Lucio Ginesio venne interpretata come una provocazione imperdonabile e il mimo venne fustigato, torturato e appeso all’eculeo. A causa della sua ostinazione nel sostenere la sua nuova fede, fu messo a morte per decapitazione, come la maggior parte dei primi martiri cristiani, nell’anno 303.

Fu Carlo Magno nel 773 a dare al castello il nome di San Ginesio, in base ad un’immagine trovata nella chiesuola sita in mezzo alla collina, oggi occupata dalla Pieve Collegiata. San Ginesio mimo e martire è stato poi proclamato patrono dei musicisti, degli attori e di quanti lavorano in teatro.

Riferimenti storici della festa del Patrono del 25 agosto

Nei documenti antichi è spesso citata la festa di S. Ginesio romano, sotto la cui custodia il nuovo castello era stato posto. La festa si celebrava sontuosamente a spese della Municipalità ginesina, come confermato dallo Statuto del 1582, ma il festeggiamento religioso del Santo nella chiesa Collegiata è attestato fin dal XII secolo. Fu poi grazie alla concessione che il Cardinale Andrea da Perugia, Legato della Marca di Ancona, rilasciò nel 1386 alla Comunità che, alla celebrazione religiosa del 25 agosto, si aggiunsero i quattro giorni precedenti e i quattro successivi da dedicare alla fiera, vale a dire allo svago laico della folla che arrivava attirata dai festeggiamenti.

È questa la ragione per cui, dalla seconda metà del Trecento, si trovano ricevute di pagamenti effettuati a musici e giullari ingaggiati dal Magistrato nelle città vicine per intrattenere cittadini e ospiti con spettacoli musicali, mentre i prodi locali si cimentavano in tornei di destrezza.

Il 25 agosto era un giorno solenne per il popolo e per le istituzioni laiche ed ecclesiastiche. Ogni persona, di qualunque ceto e condizione, indossava i vestiti migliori e il Municipio, dopo la messa solenne, imbandiva un lauto banchetto cui partecipavano il Capitano della fiera, i Difensori e i Trombettieri forestieri incaricati dai rispettivi Municipi di onorare la festa. Al Capitano della fiera, che veniva eletto dal Consiglio generale 15 giorni prima della ricorrenza, spettava la decisione riguardo qualunque vertenza di mercatura; egli era sempre accompagnato da trenta soldati e doveva risiedere nel palazzo dei Priori senza mai tornare a casa.